La storia di Romina Salvatori

FZ_Romina SalvatoriO.S.S. –  «ORA SONO SODDISFATTA»

«Con questo lavoro ho capito la differenza tra assistere e prendersi cura»

«Vivo qui per scelta, per non dare fastidio ai miei figli». «Ho vissuto in America, so ancora bene l’inglese». «Ero un’insegnante, mi mancano i miei ragazzi». Sono le storie dei pazienti della casa di riposo di Arona. Ognuno ha la sua, racchiusa nella valigia dei ricordi, che riaffiorano uno dopo l’altro, in ordine sparso. Per molti di loro il tempo si è fermato molti anni fa. Per alcuni il passato è presente, e il presente uno spazio senza dimensione, in cui si aspetta una parola, un’attenzione, una carezza, che dia senso a giornate troppo lunghe.

E poi c’è lei, Romina Salvatori, 36 anni, un angelo biondo che sembra illuminare le loro giornate. E’ un’operatrice socio sanitaria, e il suo compito sarebbe quello di svolgere attività che aiutino le persone a soddisfare i propri bisogni fondamentali, promuovendone l’autonomia e l’autodeterminazione. Ma appena la conosci, capisci quanto questa definizione le stia stretta

.«Ho sempre lavorato nel settore dell’assistenza, poi ho avuto un figlio e ho scelto di fare la mamma a tempo pieno. In seguito ho sentito l’esigenza di tornare a fare il mio lavoro, ma avrei voluto farlo in modo più professionale e quindi ho deciso di iscrivermi al corso OSS di EnAIP Arona».

Un percorso di 1000 ore, con 440 ore di stage in tre ambiti: domiciliare, sanitario e assistenziale. «Il corso mi ha dato molte competenze tecniche ma soprattutto mi è servito a livello psicologico. Io sono una persona insicura ma l’incontro e il confronto con professionisti del settore mi ha rafforzato il carattere, facendo emergere anche una parte di me che non conoscevo».

Dopo i tre stage previsti e il conseguimento della qualifica professionale, Romina viene subito contattata dalla Casa di Riposo di Arona per un contratto di lavoro a tempo determinato. I suoi sacrifici sono ripagati appieno e finalmente può ritornare a fare il lavoro che tanto le è mancato.

«Questo lavoro deve essere fatto col cuore. Bisogna mettersi al servizio delle persone, bisogna saper ascoltare le storie e riconoscere l’identità di ciascuno degli ospiti. Sono importanti gli spazi, l’ambiente, i servizi, le attività ma soprattutto le relazioni. Quando l’anziano entra in casa di riposo inizia a conoscere la vita della struttura e a poco a poco si inserisce ma deve poter mantenere la sua unicità».

In molti servizi del welfare gli operatori non conoscono la storia degli utenti. Per superficialità o più spesso perché la nuova “industria dell’assistenza” è interessata alle patologie più che agli esseri umani. Il rischio è quello di recidere non solo la storia personale, ma anche le competenze, la capacità, il senso profondo del sentirsi un individuo.

«Questo corso e questo lavoro mi hanno insegnato la differenza tra assistere e prendersi cura, tra il considerare le persone fragili soggetti plasmabili da inserire in un contesto di regole o uomini e donne con una storia scritta sulla pelle, nascosta tra le rughe di visi segnati dal tempo, dal lavoro, talvolta dal dolore. Adesso non ho dubbi; non vorrei fare altro nella vita».